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Archivio per la categoria ‘Introspettive’

Laggiù dove abita il mio cuore

6 ottobre 2009 1 commento
Messina dall'altra parte dello Stretto

Messina dall'altra parte dello Stretto

Tre anni lontano dalla mia terra non li avevo mai provati.

E adesso che uno schermo me la mostra distrutta, alla consueta mancanza lancinante si unisce un dolore opprimente, carico di amore inconsumato. Un amore che è nato insieme a me, laggiù, dove conservo tutti i ricordi di un’infanzia felice, tra le coccole di una famiglia meravigliosamente numerosa e l’attaccamento morboso a una città e a una terra dalla quale dovevo drammaticamente separarmi per tornare quassù.

Ad ogni partenza, fino all’ultima di tre anni fa, con gli occhi carichi di lacrime guardavo quel lembo di terra allontanarsi e nascondersi progressivamente dietro le curve e dentro le gallerie della Calabria. Fino all’ultimo, quando la sua completa scomparsa mi faceva perdere nei ricordi appena vissuti di un’estate lunghissima, di un Natale stupendo o di una Pasqua troppo corta. Col pensiero già rivolto al successivo ritorno.

Quel posto disgraziato mi manca maledettamente. Per i suoi odori, per la sua luce, per i suoi colori, per quella sensazione di assoluta serenità che mi regala ogni cosa, che sia un amo da pesca o il dialetto che adoro parlare.  E poi gli affetti, chiaro, di quella famiglia meravigliosamente numerosa.

Guardare Scaletta distrutta e riconoscerne nel fango quel che resta di palazzine e casette, la piazzetta della stazione, quella statale che m’innervosiva tanto, mi provoca un senso di assurda familiarità che mi stringe lo stomaco: non l’avevo mai nemmeno immaginata così, eppure la riconosco davvero.

E via di ricordi, nel traffico di quella statale che s’intasava per niente, come per qualcuno che si fermava a salutarsi. “C’ am’ a fari va! Leviti ammenz’i peti, cunnutu!” “Vadda aunni s’ann’ a salutari chisti, vadda!” Tardavano il mio arrivo ad Alì, il paese di 15 estati, oppure a Capo Alì, santuario di memorabili pescate.

Chissà che fine ha fatto quella pescheria tutta azzurra, che in quel caso sì, ringraziavo di poter studiare mentre si stava in coda sulla statale. Che poi statale era un complimento: stretta, praticamente a senso unico, tra le case in cui spiavi dentro, un metro e mezzo fuori dal finesrino. Gli anziani seduti in quel mozzicone di marciapiede dove riuscivano a farci stare le sedie e ti guardavano un pò divertiti, un pò rassegnati a quel casino obbligato. E già, perchè quella è l’unica strada che attraversa Scaletta e subito dopo Itala, che inizia nella stessa piazza dove finisce Scaletta.

E’ tutto attaccato, tutto unito in un caloroso, festante, irritante e allegro abbraccio paesano.

Chissà quali di quei volti che riconoscevo ogni anno adesso si è mangiato il fango, o trascinati nello Stretto non rivedrò al mio ritorno.

Mi ha commosso la fierezza di chi ha avuto la fortuna di poter lavorare tra le macerie, la forza di quegli sguardi feriti ma determinati a ricominciare, la rabbia di chi non si rassegna perchè è abituato a non farlo.

Ti amo, Terra Mia. Non t’u scuddari.

Dall’oceano di un muretto

31 luglio 2009 Lascia un commento
Dal muretto di S. Mateus (Terceira, Azzorre)

Dal muretto di S. Mateus (Terceira, Azzorre)

L’oceano sugli scogli s’infrange come me, su una vita cui tardo ancora a trovare un perchè.

Le immense possibilità dell’esistenza sembrano dipinte su questa mossa tela blu, che si perde là, dove il cielo si poggia sul Mare, mischiandosi con Lui nella complicità dell’inganno che mentì agli antichi.

Senza ostacoli, quel blu porta all’Antartide.

Si diverte il vento a rigonfiare il Mare, a chiamarvi sopra le nuvole, inondate di grigio per colorarlo d’angoscia e di tristezza. Ma quel muoversi armonioso, laggiù, dove la roccia non lo interrompe, rilassa e riappacifica i pensieri, ravviva i sogni, addormenta la realtà.

L’orizzonte è lì a spiegarmi quante vie ci sono per sognare, per perdersi nel trascurarla la realtà. Nell’evitarla. Nel cambiarla.

Con la nave del coraggio puoi seguire ogni rotta, ma bisogna prenderla quella nave per sciogliersi nel blu. Per scegliere nel blu.

Uno schianto e il sordo ardire di un forte flutto riportano la mente sottocosta, tra gli scogli del reale che il Mare a volte può ritornarti a mostrare.

L’attenzione è richiamata qui, sotto di me, ad ascoltare i lamenti del blu mentre tramuta in biancore. A condividere la prigionia del blu, che trova sbarre sulle rocce.

“Non è sottocosta la vita – mi viene da osservare -, non dove il fragore mi culla le notti e trascina i pensieri con la potenza delle onde”.

“La vita è qui, non perderti all’orizzonte”. Parla deciso Poseidone, mentre sornione non cela il suo Regno, perdutamente indistinto alle spalle del Re.

Mi ammicca la sua lunga coda blu, ma si ostina a frustare i miei occhi quando si levano a guardarla.

Timore e malinconia si prendono per mano e passeggiano sul cuore: il grigiore della tempesta non lascia spazio a barbagli di luce. A ben vedere, però, non sono altro che nuvole a passare sul sole. E qui le nuvole sfilano veloci, si aprono spesso per liberare il Mare.

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Alla fermata del 27

25 giugno 2009 Lascia un commento

Seduto sul 26, ho goduto di un percorso misto… ripidi sali-scendi nella prima e nell’ultima parte, montagne russe intervallate da ampi tratti di strada tipicamente collinare.

Ho imparato a evitare i contraccolpi delle curve secche e ad avere piena fiducia in uscita da quelle cieche. Ho continuato a non trovare rettilinei, per fortuna. I tornanti mi hanno sempre eccitato e ho ormai fatto l’abitudine a quella dolce malinconia che mi regalano, rimandandomi a favole vicine, ma lontane ormai dieci anni, vissute su due ruote.

Il problema maggiore è stata la velocità, sempre inevitabilmente alta… per inseguire chissà cosa poi… La voglia di alzarsi e andare dall’autista per intimargli di rallentare è stata una costante del viaggio sul 26. Non che non mi piaccia la velocità, anzi… però il panorama che ho intravisto fuori dal finestrino avrei voluto godermelo di più. Non era affatto male, a quanto mi è parso.

Brevi ma piacevoli soste agli autogrill, tanto per sgranchirsi un pò le gambe, vedere quel panorama finalmente fermo, farsi 2 (4, 6, 8, 10, 100, 1.000, 1.000.000) risate, una bevuta (immancabilmente alcoolica) e svuotare la vescica, preferibilmente in notturna, preferibilmente contro siepi, alberi o angoli liceali.

I passeggeri del 26 sono stati una marea. Ne sono scesi pochi, e tra questi la mia lontana vicina, con la quale non trovavo più nulla che mi stimolasse a parlare; indice forse di un cambiamento a cui lei non poteva appartenere.

Ma ne sono saliti tantissimi, più di quanti avrei potuto credere… soprattutto un’infinità che avevo già visto su precedenti bus, gente di cui avevo perso le tracce, ma che ho felicemente riscoperto, non solo rincontrato. Poi volti nuovi di gradevole compagnia e qualcuno dalla presenza indifferente.

Le vecchie conoscenze sono sempre al loro posto, insieme a una meno vecchia ma altrettanto speciale.

Loro verranno con me anche sul 27, che ormai ha aperto le porte e aspetta che mi decida a salire. L’autista ispira fiducia, anche se credo che nemmeno lui sappia esattamente che strada fare. Ma forse è proprio questo che mi spinge a salire e a sedermi accanto alle solite splendide facce, oltre a quelle nuove incontrate sul 26.

E chissà cosa scorgerò stavolta dal finestrino, se potrò osservare o continuerò a veder tutto fuggire. Chissà chi salirà… chissà poi sul 28, come sarà…come sarò…

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Olio su cera

18 giugno 2009 Lascia un commento

Nel profondo mutamento 

del mio percepirmi

non posso fare a meno di capire

quanto profonda sia

la natura dei miei pensieri.

Il mio stato è metafisico,

al di sopra di ogni rischio;

il mio osservarmi un’ossessione.

Il benpensare è un’attitudine

il malpensare un’abitudine

il non pensare è circostanza

il ragionare è pura assenza.

Guardo il fato transitare

sulla porta dei ricordi,

ogni estate è naturale

che a un inverno si presenti.

Credo ancora di sentire

la burrasca in riva al mare,

quando i nodi degli ulivi

si piegavano al maestrale.

Non ricordo se a dormire

fosse il sole oppure il cuore,

ma quel freddo cielo grigio

non prestava mano ai sogni.

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Eject

17 giugno 2009 Lascia un commento

Credo di essere arrivato al punto in cui…non c’è niente da spiegare, niente da capire, nulla da chiarire.

Credo di aver superato il livello…quello oltre il quale hai capito chi sei, hai scoperto di più, hai confuso di più.

E credo anche di aver sentito parole, udito rumori, toccato pensieri…ricordando di ieri.

Ma non credo di avere nulla…come sempre, nulla…nulla di me, nulla per me, nulla con me.

Senz’altro credo in me…di ritrovare me…quando solo per me non avrò nulla, senz’altro nulla…all’infuori di me.

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