Laggiù dove abita il mio cuore

Messina dall'altra parte dello Stretto
Tre anni lontano dalla mia terra non li avevo mai provati.
E adesso che uno schermo me la mostra distrutta, alla consueta mancanza lancinante si unisce un dolore opprimente, carico di amore inconsumato. Un amore che è nato insieme a me, laggiù, dove conservo tutti i ricordi di un’infanzia felice, tra le coccole di una famiglia meravigliosamente numerosa e l’attaccamento morboso a una città e a una terra dalla quale dovevo drammaticamente separarmi per tornare quassù.
Ad ogni partenza, fino all’ultima di tre anni fa, con gli occhi carichi di lacrime guardavo quel lembo di terra allontanarsi e nascondersi progressivamente dietro le curve e dentro le gallerie della Calabria. Fino all’ultimo, quando la sua completa scomparsa mi faceva perdere nei ricordi appena vissuti di un’estate lunghissima, di un Natale stupendo o di una Pasqua troppo corta. Col pensiero già rivolto al successivo ritorno.
Quel posto disgraziato mi manca maledettamente. Per i suoi odori, per la sua luce, per i suoi colori, per quella sensazione di assoluta serenità che mi regala ogni cosa, che sia un amo da pesca o il dialetto che adoro parlare. E poi gli affetti, chiaro, di quella famiglia meravigliosamente numerosa.
Guardare Scaletta distrutta e riconoscerne nel fango quel che resta di palazzine e casette, la piazzetta della stazione, quella statale che m’innervosiva tanto, mi provoca un senso di assurda familiarità che mi stringe lo stomaco: non l’avevo mai nemmeno immaginata così, eppure la riconosco davvero.
E via di ricordi, nel traffico di quella statale che s’intasava per niente, come per qualcuno che si fermava a salutarsi. “C’ am’ a fari va! Leviti ammenz’i peti, cunnutu!” “Vadda aunni s’ann’ a salutari chisti, vadda!” Tardavano il mio arrivo ad Alì, il paese di 15 estati, oppure a Capo Alì, santuario di memorabili pescate.
Chissà che fine ha fatto quella pescheria tutta azzurra, che in quel caso sì, ringraziavo di poter studiare mentre si stava in coda sulla statale. Che poi statale era un complimento: stretta, praticamente a senso unico, tra le case in cui spiavi dentro, un metro e mezzo fuori dal finesrino. Gli anziani seduti in quel mozzicone di marciapiede dove riuscivano a farci stare le sedie e ti guardavano un pò divertiti, un pò rassegnati a quel casino obbligato. E già, perchè quella è l’unica strada che attraversa Scaletta e subito dopo Itala, che inizia nella stessa piazza dove finisce Scaletta.
E’ tutto attaccato, tutto unito in un caloroso, festante, irritante e allegro abbraccio paesano.
Chissà quali di quei volti che riconoscevo ogni anno adesso si è mangiato il fango, o trascinati nello Stretto non rivedrò al mio ritorno.
Mi ha commosso la fierezza di chi ha avuto la fortuna di poter lavorare tra le macerie, la forza di quegli sguardi feriti ma determinati a ricominciare, la rabbia di chi non si rassegna perchè è abituato a non farlo.
Ti amo, Terra Mia. Non t’u scuddari.

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